suffering the discard

C’è uno scarto, nella mia vita, ma non ne voglio parlare.
Vorrei parlare di Venezia e della sua acqua su cui è irragionevole pensare di dire qualcosa. Magari anche di altro.
Ma non mi va di parlare.

Quindi trascrivo.
Perché si gode a colori ma quando si soffre non ci sono colori, in giro.

29/07/2005

11.40
[...] Io spero che vada tutto come fa più male a me. [...] Mi sto sfogliando. Avrei dovuto fare una foto al panorama per vedere come sarebbe cambiato al mio ritorno. Non solo l’ho dimenticato, ma non l’ho nemmeno guardato.
Ad ogni modo Nisida è triste, e il cielo è cupo. E logicamente il paradosso vuole che in Veneto ci sia il sole.
Avrei preferito un notturno, se avessi potuto, perché di notte i contrasti tra i cieli scompaiono un poco. Di giorno sono costretta a vedere che cambia tutto.
Fuorigrotta e i suoi palazzi fatiscenti mi scoraggiano a scrivere. I colori, anche dove esistono, sono ingoiati da una bolla di marciume. [...] L’unica cosa che rallegra un po’ Fuorigrotta sono i graffiti, ma durano poco.
Nell’altro vagone, quattro ragazzotte nigeriane oscillano i loro grassi culi e fanno brillare i loro bianchi denti. Perché so che sono nigeriane? Lo hanno detto a uno che le importunava.
[...]
Il nostro piccolo spazio si è ridotto e io peggioro apposta la mia grafia.
[...]
Un uomo che mi era indifferente ha incrociato il mio sguardo quando ho alzato gli occhi per scrutare il vagone, e mi ha sfoderato due occhi trasparenti che cambiano tutto il paesaggio del suo viso.
I nostri quattro piedi che si incrociano disegnano simmetrie di jeans, che sarebbero ancora più spudorate se io stessi a gambe stravaccate com’è mio solito (ora non posso perché devo scrivere).
Eppure no, non è un diario, e certo non mi diverte che lo si possa pensare. Ci sono pure tutti questi gatti. Dovrò sembrare un’adolescente isterica.
No, cari, adolescente non lo sono più.
Vicino, hai un profumo che mi ricorda profumi passati. Gente che non rivedrò quindi ti assaporerò finché non scendi.
A Mergellina cominciamo a ragionare. A Mergellina succede sempre qualcosa, peccato che io lo capisca sempre dopo.

E allora finisco morettianamente per guardare solo scarpe, vedo e guardo solo scarpe, ma mi vien male perché non sono brava come il maestro a capire le persone dalle scarpe.
E vedo sandali e scarpe vecchie e consunte. Scarpe di lavoratori e scarpe troppo femminili per alzare l’occhio sulla proprietaria, scarpe che mi dicono che non andrei mai d’accordo con chi le indossa.
Le mie espadrillas rosa fuori taglia sono lontane anni luce.
[...]

Sì, scrivere è meglio, scrivere è una buona cosa se non hai altro in mano, scrivere mi seda abbastanza da prendersi le lacrime per sé, quelle che mi chiamavano appena sono salita sul treno.
Volti che non c’entrano nulla e volti che non mi ricordano nessuno, che è abbastanza raro. Volti che non si vogliono incrociare con me.

13.41
Ottmar Liebert.
Questa musica forse è una delle poche solo mie. Questo è un bene. Perché posso stare male solo per me stessa e di me stessa.
Banalità. Vorrei fare una foto dal nome banalità, il giornale abbandonato sul tavolo e qualcun’altro che legge.
Le foto vengono male perché non le vedo prima in testa. Non le ho provate, ma verrebbero male.
Prosciugarmi, vorrei.
Ma in tantissimo tempo, senza che ci si renda conto. Sapendo che le mie parole non sono forti come le mie braccia e il mio cervello non così lucido come i miei occhi.
Avevo un patto da infrangere con il silenzio, e invece l’ho onorato.

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Resti